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Il Porto di Claudio

Lo scalo fluviale di Ostia e il porto di Pozzuoli erano stati i due poli del sistema portuale della città di Roma per tutta l’età repubblicana. Mentre il secondo era troppo lontano e difficilmente raggiungibile, Ostia era inadatta e insufficiente alla gestione di un largo traffico di merci, perché attrezzata con una sola banchina. Le imbarcazioni di grande tonnellaggio erano costrette a trasbordare le loro merci su natanti più piccoli, che venivano tirati da coppie di buoi fino a Roma (sistema dell’alaggio).

La capitale, in continua crescita demografica, era afflitta da gravi problemi di approvvigionamento, soprattutto durante la cattiva stagione. Già i predecessori dell’imperatore Claudio avevano cercato di risolvere il problema del porto di Roma: Cesare aveva fatto progettare radicali sistemazioni dell'alveo, mai effettuate, per rendere il fiume navigabile e Augusto aveva cercato una soluzione relativamente alla foce.

Infine, Claudio decise di far costruire un porto artificiale ma il progetto non ebbe un'accoglienza positiva per l'enorme spesa economica prevista. Inoltre, la pericolosa vicinanza del Tevere avrebbe portato, in breve tempo, grandi quantità di terra in grado di inibire il funzionamento dell'intera struttura. Nonostante ciò, il luogo prescelto fu circa 3 km a nord della foce. La costruzione iniziò con lo scavo di metà bacino nella terra ferma, protendendo nel mare aperto due lunghi moli che delimitavano a tenaglia un'ampia superficie. Un faro di segnalazione fu fondato sulla nave in disarmo che, per volere di Caligola, aveva trasportato l'obelisco per il Circo Vaticano; un’imbarcazione di considerevoli dimensioni con un carico di zavorra di oltre 1000 tonnellate che, a dire di Plinio, occupò gran parte del molo sinistro.

Altri autori, tra cui Svetonio e Cassio Dione parlano invece di un'isola. Alcuni canali, o fosse, vennero aperti nel 46 d.C. Collegando al mare l'ultimo tratto in curva del Tevere, si cercò di ridurre il rischio di inondazioni. Soltanto nel 64 d.C., l’opera portuale venne completata da Nerone che fece coniare, per l’occasione, delle monete commemorative. Oltre che dal problema dell’insabbiamento, la sorte dell'enorme bacino era già stata segnata da una traversia: Tacito ci informa che nel 62 d.C. una tempesta affondò o rese inservibili almeno duecento imbarcazioni da carico, mentre un altro centinaio, che erano penetrate nel Tevere, andarono perse a causa di un incendio. Tale episodio evidenziò la scarsa affidabilità del porto. Tra il 100 e il 112 d.C., l’imperatore Traiano interverrà con un nuovo progetto che prevedeva l’escavazione di un grande bacino esagonale, interno rispetto al porto di Claudio. Quest’ultimo rimase attivo forse con più specifica funzione di riparo in rada.

Topografia del Porto di Claudio

Nonostante le considerevoli sopravvivenze di strutture antiche, la ricostruzione del porto di Claudio, soprattutto nella zona meridionale, si basa su indizi desunti dalla lettura di fotografie aeree e dalla cartografia portuense di età rinascimentale.

Da ciò evinciamo che il bacino portuale è orientato a sud ovest con un grande molo a protezione dei venti di maestrale, ponente e libeccio, similmente a quanto avviene per la maggioranza dei porti della fascia medio tirrenica. L'imboccatura principale si trovava a ovest mentre l’ingresso meridionale va ricercato all'altezza della moderna via di Fiumicino. Il molo sinistro si estendeva lungo il braccio minore del Tevere dove scavi dell'800 evidenziarono tracce di nuclei cementizi. Tra l'ingresso maggiore e la probabile entrata meridionale, la fotografia aerea delinea un'area ovoidale allungata molto più ampia della linea dei moli, che potrebbe essere il luogo del faro. L'invaso del bacino ha dimensioni ragguardevoli perché l'area si aggira su misure di oltre m 1200x1300 per una superficie di almeno 150 ettari.

Grazie all’aerofotografia è possibile individuare una lunga e sinuosa traccia scura che, partendo dalla testata del molo destro e connettendosi all'esagono traianeo, aveva funzione di canale d'ingresso a quest'ultimo bacino.

Resti archeologici

I resti affioranti delle fondazioni del molo destro del porto di Claudio, scavato nel 1957, sono visibili sul retro del Museo delle Navi, a sinistra. La struttura si estende per circa un chilometro verso occidente, è sorpassata dalle vie dell’Aeroporto di Fiumicino e F. De Pinedo e si inoltra all’interno della recinzione aeroportuale. Per la costruzione del molo furono impiegate casseforme lignee che hanno lasciato tracce evidenti nelle gettate di calcestruzzo: è possibile osservare i montanti piantati lungo il perimetro esterno delle casse, utili per ancorarle al fondale, e il loro collegamento alle traverse - i cui fori erano già stati interpretati quali tracce, in negativo, dei bagli della nave di Caligola - e alle paratie di contenimento della gettata di calcestruzzo. Un sistema di costruzione dei moli foranei descritto da Vitruvio e ben documentato lungo la costa tirrenica. All’interno dell’area aeroportuale, il molo conserva alcuni filari di blocchi di travertino erosi dal mare. Sempre alle spalle del Museo delle Navi, verso destra, è possibile visitare un edificio con murature in opera listata, la cd. Capitaneria (II sec.d.C.). Le sua funzione rimane incerta, probabilmente si trattava di una struttura di servizio situata al fondo del bacino. All’interno restano tracce della decorazione dipinta. Proseguendo lungo via A. Guidoni verso l’imbocco dell’autostrada Roma-Fiumicino, sulla destra, si incontra l’area archeologica di Monte Giulio, da cui si gode una bella visuale su buona parte dell’area più interna del bacino del porto di Claudio e dove sono state messe alla luce altre strutture che si affacciavano sul bacino: una cisterna, delle terme e alcuni magazzini. Tali edifici, le cui fondazioni sarebbero in fase con la costruzione del molo destro, sono databili al tardo II secolo con riprese più tarde.

Le Navi di Fiumicino - Storia del Ritrovamento

Durante la costruzione dell’aeroporto intercontinentale "L. Da Vinci" di Fiumicino, vennero alla luce le imbarcazioni attualmente conservate nel Museo delle Navi Romane, il cui scavo e recupero fu promosso dall’allora ispettrice di Roma, dott.ssa Valnea Santa Maria Scrinari. I relitti erano posizionati a ridosso del molo destro del porto di Claudio in un’area marginale del bacino, facilmente soggetta ad insabbiamento. Possiamo ipotizzare che, in epoca antica, qui fosse ubicato un vero e proprio "cimitero" dove venivano abbandonate le imbarcazioni troppo vecchie e malridotte per prestare ancora servizio.

Nella maggior parte dei casi, si sono conservate le strutture del fondo che, impregnate d’acqua, sono rimaste sigillate dai depositi portuali. In alcuni punti le parti sommerse, non ancora coperte dalla sabbia e dal limo, sono state attaccate da animali perforatori del legno, come la teredine navale. Inoltre, l’aspetto nerastro degli scafi è stato determinato dai processi di carbonizzazione o di riduzione attivati dai microrganismi presenti negli strati di sedimentazione.

La scoperta della prima imbarcazione, Fiumicino 2 (Oneraria Maggiore II) risale al 1958. Nell’anno successivo, vennero alla luce Fiumicino 1 (Oneraria Maggiore I), Fiumicino 3 (Oneraria Minore I) e Fiumicino 5 (Barca del Pescatore), più due frammenti di fiancata che però non appartenevano a nessuno di questi relitti. L’ultimo scafo, quello di Fiumicino 4 (Oneraria Minore II), fu ritrovato nel 1965.

In un primo momento, le strutture lignee, lasciate a contatto con l’aria, subirono un sensibile degrado cui si cercò di rimediare proteggendole con stuoie, sabbia e teloni. Successivamente, fu scavato un corridoio anulare attorno al perimetro dei relitti e, a partire da questo, passaggi trasversali al di sotto della chiglia. In questo modo, fu possibile costruire una centinatura lignea per sorreggere le fiancate e poter recuperare, nella loro interezza, le imbarcazioni. Trasportate all’interno del museo in via di allestimento, l’Istituto Centrale del Restauro di Roma effettuò le necessarie operazioni di consolidamento con una miscela di resine. Infine, dopo la definitiva sistemazione degli scafi sui telai d’acciaio di supporto, il 10 novembre del 1979 il museo venne aperto al pubblico.

Le Navi di Fiumicino – Archeologia e Architettura Navale

L’eccezionale collezione di imbarcazioni conservate nel museo di Fiumicino non solo arricchisce la nostra conoscenza delle varie tipologie navali utilizzate, a partire dall’età imperiale, per le diverse attività connesse con il porto di Roma e con la navigazione del Tevere, ma ci permette di ammirare il sistema di costruzione utilizzato dagli antichi mastri d’ascia. Completamente diverso dal procedimento attualmente in uso nel Mediterraneo che prevede la messa in opera, sulla chiglia, dell’ossatura interna (ordinate) e il suo rivestimento con le tavole del fasciame (costruzione su scheletro), in età greco-romana, dopo aver sistemato la chiglia, veniva costruito il guscio esterno costituito dal fasciame mentre l’ossatura era inserita successivamente con una funzione di rinforzo interno (costruzione su guscio). Il collegamento tra le tavole del fasciame veniva assicurato dai tenoni, sottili linguette in legno duro, inserite in appositi incassi (le mortase) nello spessore delle tavole. I tenoni, infine, erano bloccati da spinotti. In questo modo, le tavole del fasciame potevano mantenere la forma desiderata e il guscio acquistava un’eccezionale solidità grazie ai numerosi collegamenti interni.

Le cinque navi di Fiumicino sono state costruite secondo il principio di costruzione su guscio, un sistema chiaramente esemplificato dall’imbarcazione Fiumicino 4 (II-III sec.d.C.) che presenta una grande omogeneità nei collegamenti a mortase e tenoni. Invece, Fiumicino 1 e 2, due imbarcazioni sorelle, ci documentano l’impiego di procedimenti costruttivi particolari: tra le varie caratteristiche degne di nota, oltre al massiccio utilizzo di chiodi in ferro per collegare il fasciame allo scheletro, ricordiamo l’uso di lunghi chiodi per collegare alcuni madieri alla chiglia e la notevole spaziatura tra i tenoni o, addirittura, la totale assenza di tali collegamenti. Segni, tra l’altro, della datazione tarda delle imbarcazioni (IV-V sec. d.C.).

Forma e le caratteristiche costruttive riflettono le diverse funzioni delle navi. L’elegante forma a spigolo dello scafo di Fiumicino 4 la rendeva adatta ad una navigazione marittima di piccolo e medio cabotaggio, viste anche le modeste dimensioni (circa 15 m). Il massiccio per l’alloggiamento del piede dell’albero dimostra che la nave era armata con un’unica vela quadra. Una pompa per evacuare le acque di sentina era alloggiata in un apposito incasso nei paramezzalini che affiancano il blocco dell’albero mentre il fasciame interno serviva a irrigidire longitudinalmente la struttura e a proteggere il guscio dal carico. Fiumicino 5, ritrovamento unico nel suo genere per l’età romana (II sec. d.C.), è invece una piccola barca da pesca con al centro un pozzetto per conservare vivo il pescato, grazie all’acqua di mare che poteva entrare dai fori, muniti di tappi, praticati sulle tavole del fondo. Fiumicino 1, 2 e 3, dai caratteri costruttivi simili sebbene di dimensioni diverse, con la loro forma piuttosto piatta e allargata, erano adibite al trasporto fluviale. Esse dovevano essere trainate da animali dalla riva destra del fiume secondo un sistema di propulsione, quello dell’alaggio, ancora in uso sul Tevere fino al XIX secolo. La loro forma originale può essere apprezzata osservando le numerose raffigurazioni (su mosaici, rilievi e affreschi) di una particolare famiglia di imbarcazioni, le naves caudicariae.

A Bordo delle Navi: la vita quotidiana e l’attrezzatura

Conoscere le regole e le convenzioni che regolavano la vita sulle navi antiche è possibile sia grazie all’analisi delle fonti scritte che grazie allo studio degli oggetti rinvenuti sui relitti. In questo caso, le informazioni sono di prima mano e ci parlano direttamente della vita di bordo. Possiamo conoscere l’alimentazione dell’equipaggio dalle pentole da cucina, spesso con tracce di bruciato, oppure dal vasellame da tavola. Sulla nave tardo antica di Yassi Ada, Turchia, nella zona di poppa sono stati scoperti i resti di un focolare e all’interno della cabina era la batteria da cucina, costituita da contenitori vari in terracotta e bronzo, un mortaio e resti di cibo (ossa di animali). Scoperte analoghe sono state fatte su molti altri relitti che spesso hanno restituito anche esemplari di macine a mano utilizzate a bordo per ricavare la farina dai cereali e preparare, così, polente, zuppe o pagnotte.

Gli alimenti necessari al sostentamento dell’equipaggio erano conservati all’interno di contenitori, quali anfore, ceste o sacchi. La scorta per la navigazione comprendeva alimenti liquidi (acqua potabile, vino, olio e garum) e alimenti solidi (cereali, olive, frutta fresca o conservata, legumi, carne affumicata o sotto sale). Nella cabina potevano essere riposti anche oggetti personali dell’equipaggio o dei passeggeri, quali indumenti, calzature, anelli oppure i dadi che, custoditi in apposite scatoline o sacchetti, servivano come passatempo in viaggio. A bordo non mancavano i medicamenti, utili nel caso di mal di mare, mentre monete e bilance (stadere) venivano usate, una volta giunti in porto, per le transazioni commerciali. Per l’illuminazione si faceva grande uso di lucerne. Le pratiche di culto non venivano trascurate dai marinai e a bordo potevano trovare posto piccoli altari portatili e immagini di divinità. Durante la navigazione, l’equipaggio, se non impegnato nelle manovre della nave, poteva attendere ad attività di manutenzione, come la riparazione di vele con aghi in osso, oppure alla pesca, utile per arricchire con alimenti freschi la povera dieta di bordo.

Lo scavo dei relitti ci permette, seppur parzialmente, di conoscere l’attrezzatura delle imbarcazioni anche se la fonte principale per le sovrastrutture e la velatura proviene dalle rappresentazioni delle navi antiche (iconografia). Fortunati sono i casi di rinvenimento dei bozzelli in legno delle manovre delle vele oppure di frammenti di cime e cordami. Tra gli attrezzi più comuni, che spesso però viene ritrovato isolato, ricordiamo lo scandaglio che, munito nella sua parte inferiore di una cavità riempita di resina, serviva per conoscere natura e profondità del fondale nonché a seguire la rotta e a riconoscere i migliori luoghi di ancoraggio. L’ancora era lo strumento di bordo più importante e, di solito, ogni nave ne possedeva più di una di diverse dimensioni. In età romana, era costruita in legno con ceppo di appesantimento in piombo oppure interamente in ferro.


Visita al Museo delle Navi Romane

Attualmente il Museo è situato a sud dell'Aeroporto Intercontinentale di Fiumicino ed è collegato alla città di Roma dall'autostrada e dalla ferrovia.
La struttura dell'edificio è molto funzionale: un grande contenitore lungo 33.5 m e largo 22 m costituisce una sorta di ricovero per imbarcazioni. Sul lato sinistro trovano posto uffici e stanze di servizio.

In un primo tempo il padiglione espositivo venne usato come rifugio per le imbarcazioni appena recuperate. Qui gli scafi vennero trattati a lungo con resine e le parti lignee danneggiate vennero restaurate.

Oggi nel Museo delle Navi Romane è possibile ammirare i resti delle cinque imbarcazioni, i materiali recuperati durante gli scavi, così come altri oggetti archeologici, anche lapidei, provenienti dall'area dei porti imperiali.

Non appena entrati nel museo, i visitatori possono ammirare con un unico colpo d'occhio l'intera collezione di imbarcazioni antiche.
Le navi sono sorrette da telai in metallo costituiti dal minor numero possibile di pezzi. In questo modo è possibile mantenere in posizione i delicati elementi lignei delle imbarcazioni senza distorcerne le linee d'acqua.

Varcata l'entrata, a destra, la prima imbarcazione esposta è Fiumicino 5, la barca da pesca. Si tratta di un ritrovamento unico nel suo genere. Al centro dello scafo è presente un pozzetto (contenitore-vivario), le cui tavole del fondo sono munite di aperture per permettere all'acqua marina di entrare. In questo modo il pesce appena pescato veniva mantenuto in vita e fresco fino al mercato.

Tornando indietro, è possibile vedere due frammenti di scafi. Uno di questi, una parte di murata, conserva anche due cinte tra i corsi del fasciame. Fiumicino 3 si trova invece a sinistra dell'entrata. Di questa piccola imbarcazione fluviale rimane soltanto il fondo piatto pesantemente ricostruito durante il processo di restauro.

Un piccolo corridoio separa questa chiatta da Fiumicino 4, un'imbarcazione marittima da carico. Lo scafo, molto ben conservato, si è mantenuto oltre alla linea di galleggiamento. A destra e a sinistra si trovano frammenti di sculture, tra cui quelli di un sarcofago con una scena marittima, elementi architettonici, una bitta d'ormeggio dal porto di Traiano e blocchi di cava.

Sul muro di fondo si trovano le riproduzioni di un rilievo di Porto, ora nella collezione Torlonia, con scena portuale (III sec. d.C.) e di un rilievo del Museo Nazionale Romano con raffigurata una navis caudicaria, uno speciale tipo di imbarcazione che veniva alata lungo la riva destra del Tevere per il trasferimento delle merci dal porto fino a Roma.

La parte centrale del padiglione espositivo è occupato dalle larghe chiatte fluviali a fondo piatto denominate Fiumicino 1 e 2. All'inizio del corridoio che separa le due imbarcazioni si trova un capitello in travertino rinvenuto durante gli scavi del porto di Claudio vicino alla bocca della Fossa Traiana.

All'interno delle vetrine sono esposti i materiali recuperati durante lo scavo delle imbarcazioni tra cui oggetti in bronzo, ceramica, resti organici e elementi dell'attrezzatura di bordo. Tali reperti sono esposti insieme a materiali rinvenuti durante scavi e recuperi nelle aree vicine.

Sul muro perimetrale che porta verso l'uscita, i visitatori possono trovare pannelli che illustrano i vari momenti degli scavi degli anni 1950-60, oltre a diapositive con esempi di porti romani del Mediterraneo.
In ultimo, grandi pannelli illustrano le principali rotte antiche, così come i principali rinvenimenti di navi antiche in Europa.

Testi di: Giulia Boetto
Foto e documentazione: Archivi S.A.O.


Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Soprintendenza Archeologica di Ostia
Via dei Romagnoli 717 – 00119 Ostia Antica (RM)
Tel. (06) 56358099 – Fax (06) 5651500
Internet site: http://itnw.roma.it/ostia/scavi
E-mail: ostia.scavi@agora.stm.it


Museo della Navi Romane
Via A. Guidoni 35 – 00050 Fiumicino Aeroporto (RM)
Tel. (06) 6529192 – Fax. (06) 65010089
E-mail: museo.navi@agora.stm.it

Il Museo delle Navi e chiuso dal 10.02.2002 per lavori di ristrutturazione.

Su richiesta telefonica è possibile visitare l’area archeologica di Monte Giulioe la c.d. Capitaneria.