Il relitto di Comacchio

Fede Berti


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Il luogo di rinvenimento

La nave romana di Comacchio è stata rinvenuta nella immediata periferia della città, in corrispondenza del tratto iniziale del Canale Collettore, il principale canale di scolo del bacino di Valle Ponti bonificato tra il 1919 e il 1922. I primi indizi della presenza del relitto si ebbero nell’autunno del 1980 (segnalazione del Gruppo Archeologico Comacchiese), quando, nel corso di lavori di dragaggio del canale, vennero portati in superficie vari frammenti di legno che, come si poté stabilire in seguito, appartenevano ad un’imbarcazione. Nell’estate del 1981, mediante un ampio scavo, fu portata alla luce tutta la parte superiore del relitto e fu recuperato il carico. Successivamente, il relitto fu sommerso dall’acqua di falda per preservare le parti lignee.

Scavo e recupero dello scafo

Tra la fine dell’autunno del 1986 e l’inverno del 1987, si procedette alla rimozione del fasciame interno e delle ordinate mentre furono lasciati in posto il guscio e gli staminali della fiancata sinistra. Il recupero avvenne nell’inverno 1988-89: lo scafo, sostenuto da una centina lignea che si adattava alle deformazioni della struttura e ingabbiato con un telaio metallico, fu sollevato e trasportato a Comacchio all’interno del complesso di Palazzo Bellini.

Il trattamento di conservazione

Inizialmente, l’imbarcazione fu posizionata all’interno di una vasca di m 25 di lunghezza, 6 di larghezza e 3 di altezza e, dopo essere stata liberata dell’ingabbiatura metallica, fu sottoposta a ripetuti lavaggi. Insieme agli elementi della carpenteria interna, venne immersa in acqua dolce. Recentemente, secondo un progetto elaborato da Costantino Meucci dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma, sullo scafo è stato modellato un guscio di vetroresina che permetterà di ridurre la quantità di PEG necessaria al trattamento conservativo e di abbatterne notevolmente costi e tempi.

Situazione ambientale e dinamiche del naufragio

La nave concluse il suo viaggio in un ambiente di spiaggia scarsamente popolato e prossimo ad una foce fluviale. L’imbarcazione, spinta dal vento e dalle correnti, probabilmente durante una mareggiata, si arenò vicino alla battigia. Le sovrastrutture vennero distrutte dalle onde che, scalzando alla base la nave, determinarono il suo sprofondamento nella sabbia, favorito anche dal notevole peso del carico. In breve tempo, l’imbarcazione venne ricoperta dai sedimenti litorali.

Descrizione dello scafo: Lo stato di conservazione

Lo scafo è conservato per poco più di 20 m di lunghezza. Al brione di poppa è ancora connessa, fino alla cinta, parte della fiancata sinistra mentre procedendo verso prua (identificata grazie alla presenza di un’ancora) le tavole del fasciame si sono distaccate e sovrapposte. Mancano la prua con il settore ad essa adiacente e la fiancata destra. Una spaccatura taglia il fasciame a breve distanza dal brione di poppa.

La chiglia

L’imbarcazione, priva di una chiglia vera e propria, era dotata di una tavola di fondo. A questa tavola vennero collegati, mediante assemblaggi obliqui, un brione di poppa (conservato) e, verso prua, un altro elemento di raccordo. Il brione di poppa è stato ricavato da un poderoso blocco in olmo, lungo m 1,70 e dal profilo piuttosto complesso. In prossimità della ruota di prua il blocco è spesso 35/32 cm, largo internamente 34/32 cm e presenta un profilo poligonale (decaedro). L’estremità superiore era collegata alla ruota di poppa (non conservata) mediante una calettatura a palella e denti. Inoltre, a 20 cm da questa estremità, il brione è attraversato da un foro trasversale, passante e quadrato in sezione, che risulta occupato da un perno in leccio. Il foro, benché non sembri logorato, forse faceva parte di un sistema di traino. Procedendo verso prua, il brione assume una larghezza e uno spessore di 20 cm, diviene trapezoidale in sezione ed internamente incavato. Successivamente, in relazione al primo giunto obliquo (a circa 3,7 m) l’altezza si riduce a 5 cm in modo da raccordarsi alla tavola del fondo, lunga 12,12 m. Un giunto obliquo collega la tavola del fondo con un altro elemento di cui rimangono soltanto 1,82 m. Trapezoidale in sezione, esso presenta una larghezza superiore di 20 cm, inferiore di 11,5 cm e uno spessore di 7 cm. Le estremità delle tavole sono inchiodate al brione di poppa, mentre il torello è collegato mediante cuciture alla tavola del fondo.

Il fasciame

La struttura del guscio è costituita da corsi di fasciame in olmo raccordati da giunti obliqui fermati da chiodi in ferro orizzontali. La larghezza delle tavole del fondo è compresa tra 17 e 29 cm mentre il loro spessore risulta in media di 5 cm. L’opera viva è assemblata mediante cuciture. All’interno delle tavole, a circa 4 cm dal bordo e secondo un intervallo di 6/8 cm, sono stati praticati dei fori diagonali che fuoriescono in corrispondenza dello spigolo esterno dove si trova una piccola cavità rettangolare di 1,8 x 1,5 cm. Il cordolo che si sovrappone internamente al giunto, costituito da fibre di tiglio, è coperto da tessuto di lana e fermato da quattro cordicelle di sparto, passate insieme in senso trasversale, quindi sdoppiate ed incrociate. I fori sono chiusi da spinotti ricavati da varie essenze lignee (frassino, corniolo e tiglio). Il cordolo presenta tracce di calafatura con pece. Lungo la fiancata sinistra, si conserva una cinta (spessa 7 cm) che è collegata all’opera morta da tenoni incavigliati, in leccio. Le mortase sono larghe 8 cm e spesse 0,5 cm, spaziate circa 12,5 cm e leggermente sfalsate.

Le ordinate

Il sistema delle ordinate è formato da madieri e staminali in legno di quercia. I madieri sono spaziati, in media, 45 cm. A centro nave è presente una sorta di corridoio trasversale caratterizzato da un intervallo maggiore (60 cm). I madieri hanno sezione rettangolare (altezza 16 cm e larghezza 12 cm) e, sulla loro faccia inferiore, presentano intagli rettangolari, larghi circa 10 cm, per permettere il passaggio del cordolo di calafatura. Gli incassi diventano trapezoidali in corrispondenza del ginocchio. È presente un foro di biscia centrale. I diciannove staminali superstiti sono inseriti nell’intervallo tra i madieri, all’altezza della curvatura del ginocchio. Le ordinate sono fissate al guscio da trecce di sparto affiancate superiormente in numero di cinque. In corrispondenza degli spigoli, una treccia fermava con un nodo le restanti che, a due a due passavano in appositi fori praticati sul fasciame, chiusi poi anch’essi da spinotti. Le trecce erano inclinate in modo opposto rispetto alla mezzeria, per evitare spostamenti dovuti alle tensioni. I due madieri (17 e 18) che fiancheggiano il corridoio trasversale presentano alcune cavità per l’inserzione dei puntelli del ponte. Esse hanno un interasse di circa 80 cm. Altre mortase sono attestate sui madieri 4, 11, 16 e 32.

Il fasciame interno

Il fasciame interno è costituito da varie porzioni di pagliolo e da alcuni correnti, conservati soltanto lungo la fiancata sinistra. Le essenze utilizzate sono costituite da noce, olmo e quercia. I sette correnti sono inchiodati agli staminali e recano incassi quadrangolari per i bagli superiori. Il pagliolo, in quattro porzioni, è costituito da tavole spesse 2 cm e lunghe, a partire da poppa, rispettivamente: 3; 5,85; 5,9 e 2 m. La prima porzione di pagliolo, costituita da nove tavole, reca incisa una serie di numerali romani compresa tra VI a XIV. Si tratta di segni di riconoscimento nel caso che le tavole dovessero essere spostate per riparazioni o pulizie dello scafo e poi rimesse a posto. Solo la tavola centrale, la XIV, era fissata alle strutture, le altre erano solo appoggiate. Un’altra porzione di tavole, collegate mediante cuciture e di forma trapezoidale (lunghezza 2,32, base minore 74 cm, base maggiore 1,25 cm), è stata ritrovata all’esterno della fiancata destra, vicino al brione di poppa. Si è ipotizzato che si trattasse di un tettuccio di copertura di un boccaporto.

Ricostruzione dello scafo: forma e funzione dell’imbarcazione

Marco Bonino ha ricostruito un’imbarcazione pontata dotata di un albero con vela quadra e di timoni laterali. A poppa, il ponte era maggiormente esteso e, sulla cambusa, doveva trovarsi un tetto rialzato rivestito di tegole; davanti vi era un boccaporto trapezoidale, con probabile copertura a tettuccio. Un boccaporto doveva trovarsi a centro nave e un altro, più ampio, a prua. L’imbarcazione, a scafo piatto e arrotondato, doveva essere lunga più di 21 m, larga 5,62 m e pesare, a pieno carico, 130 ton. La mancanza di una vera e propria chiglia ne faceva un’imbarcazione adatta sia alla navigazione interna che a quella costiera.

Il carico e la datazione dell’imbarcazione

La varietà e la rarità dei materiali trasportati dall’imbarcazione rendono il ritrovamento tra i più suggestivi mai rinvenuti nel delta ferrarese. Essi riflettono la complessità e la vivacità dei rapporti commerciali che, lungo il Po, si ridistribuivano all’interno della pianura padana e permettono di datare il naufragio alla fine del I sec. a.C. Il carico di maggiore entità era costituito da 102 massae plumbee di provenienza spagnola, anfore per derrate alimentari e tronchi di bosso. I lingotti sono contrassegnati da una serie di marchi tra i quali ricorre con regolarità il nome di Agrippa. A bordo era stato caricato anche vasellame in sigillata nord italica e sei tempietti in lamina di piombo. Tra i materiali eterogenei, appartenenti alla dotazione di bordo, ricordiamo una stadera in bronzo per la vendita al dettaglio della merce, numerosi indumenti, contenitori e calzature di cuoio appartenenti all’equipaggio e ai viaggiatori nonché una serie di attrezzi per la manutenzione (mazzuoli, un’accetta, una pialla) e per il governo (bozzelli, una sassola, un’ancora in ferro) della nave.

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